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Willy Vlautin, cantante e leader dei Richmond Fontaine

Richmond Fontaine

 
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La mia passione per i Richmond Fontaine ha radici profonde. La loro musica è stata una delle prime a “risvegliarmi” dal lungo letargo di colui che si ostina a condannare e a criticare ad oltranza le nuove proposte musicali rifugiandosi nel passato e nella leggenda. In qualche momento tra le note nascoste di Winnemucca mi è successo qualcosa che non si è più fermato. I gentili lettori forse non potranno capire queste mie sensazioni, ma è stato come nascere nuovamente musicalmente parlando. –“Dall’altra parte del mondo ci sono dei miei coetanei che suonano esattamente come lo fare io”- mi sono detto –“ed allora forse non è vero che tutta la musica di oggi è uno schifo”-. Poi ho scoperto che di coetanei a fare buona musica ce ne sono a migliaia e non soltanto dall’altra parte del mondo. Prima di quel disco però ne ero completamente ignaro.

Ecco forse il motivo che mi ha spinto a contattare WiIlly Vlautin, cantante e leader dei Richmond Fontaine, per fare quattro chiacchiere e discutere di musica, certo, ma anche per scoprire cosa si possa carpire da un artista oltre al suo talento impresso nella resina in termoplastica dei compact disc. Il proprio eroe potrebbe rivelarsi un perfetto idiota con un gran talento musicale oppure il solito maestro di filosofia spicciola. Sapevo che non sarebbe andata così. Quella musica sembrava troppo sincera e troppo commuovente per non venire dal cuore e sapevo d’averci visto giusto sin dall’ascolto dell’album. Willy Vlautin rimane uno dei miei eroi e le sue risposte, la cortesia, il modo di parlare, non possono che consolidare le mie sensazioni.

Ma iniziamo con una domanda semplice. Da dove viene il nome Richmond Fontaine?

Dave, il nostro bassista, ed un altro dei nostri amici erano soliti viaggiare verso il Messico giù nella “Baja” utilizzando qualsiasi tipo di macchina capitasse loro sotto mano. Una volta rimasero bloccati da qualche parte in mezzo al nulla ed un uomo di nome Rich Fontaine gli aiutò a venirne fuori. Era americano; un ex-patriota che non viveva più negli Stati Uniti da anni. La sua casa distava solo qualche chilometro più in là e decise di ospitare i miei amici per un paio di giorni. Era un vero hippy di vecchio stampo con un sacco di tipi di droga e litri di birra da bere. Quando Dave tornò a casa mi raccontò questa storia e, dato che avevamo bisogno di un nome per la band, diventammo i Richmond Fontaine.

Parliamo ora del vostro percorso artistico. Qualcosa di molto importante è accaduto nella lunga pausa (2 anni) tra Miles From e l’album Lost Son. Qualcosa di ancora più importante è però accaduto nel periodo trascorso (altri 3 anni) tra le registrazioni di Lost Son e Winnemucca. Avete cambiato il batterista ed avete iniziato a proporre un sound colmo di lap-steel. Sembrerebbe poi che in quel periodo sia venuta a galla l’ispirazione da un differente genere musicale. Tutto è molto più rilassato in Winnemucca (intendo dire… non così duro…) e l’intero album è concentrato, introspettivo e maggiormente focalizzato su una certa “sofferenza”. Puoi raccontarci cos’è successo in quel periodo e cos’è cambiato veramente?

Lost Son è stato un periodo decisamente desolante per me a livello di vita personale. Volevo che la musica fosse veloce e pesante e poi molto lenta e melanconica. Le storie in quel disco sono abbastanza scure. Un disco piuttosto pesante e che mi aveva stancato. Una volta terminate le registrazioni avevo solamente voglia di nascondermi e mi sono ritrovato a gironzolare per il nord del Nevada e a Winnemucca. Mi sono semplicemente messo a scrivere in maniera più leggera tentando di riflettere sul motivo che mi aveva trasportato in quella situazione. È come quando hai un litigio con la tua ragazza o con un tuo amico la notte prima, come quando hai commesso un grande errore o hai incasinato tutto, ed il giorno seguente senti solamente il bisogno di nasconderti. Ecco: Lost Son è stata la lite; Winnemucca il giorno seguente. Un giorno dove essere lasciati soli.

Winnemucca è un album fantastico ed una stupenda ora di musica terribilmente toccante. Avete avuto un grosso successo (anche in Europa) e grazie a questo disco vi siete trasformati in una della band più interessanti del panorama musicale dei giorni nostri. Nelle pagine di un vostro disco tu ricordi la tua vecchia casa di Sandy Avenue (…la cantina non era molto più grande che una scatola per le scarpe…). Dici però anche che ora ti sei scelto una casa molto più bella ora. Questo genere di successo ha cambiato il tuo modo di scrivere, registrare e produrre musica? In che modo ha cambiato la tua vita?

Beh, grazie per i complimenti su Winnemucca! A dire il vero però il fatto di aver cambiato casa non ha nulla a che vedere con il successo della band. Magari l’avesse avuto… Tornando a quei tempi mi ricordo che vivevo in una vecchia casa attorniata da palazzine d’appartamenti che sembravano più che altro dei relitti. C’erano ubriaconi che entravano ed uscivano dalla porta ed era veramente un posto piuttosto strano e losco in cui vivere. Quando ho finalmente trovato una ragazza lei mi ha detto che non sarebbe mai entrata in quella casa perché la spaventata a morte. Così mi sono trovato un posticino più adatto alle ragazze.

A parte il successo che abbiamo avuto con la band credo che la più grossa fortuna per noi è stata quella di poter visitare l’Europa. È un grande privilegio per noi viaggiare. Sino a tre anni fa non avevo mai avuto il passaporto e solamente uno di noi nella band ne aveva uno. Nessuno di noi aveva mai veramente viaggiato fuori dagli Stati Uniti. I soldi sono una cosa difficile da guadagnare per una formazione come la nostra; pensa che tutti continuiamo ancora oggi a fare dei lavori giornalieri per arrotondare lo stipendio. Tutto è ben accetto per poter visitare certi posti.

Il 2005 è stato un anno molto prolifico per i Richmond Fontaine. Avete pubblicato The Fitzgerald (di cui parleremo in seguito) e Obliteration By Time; una bellissima collezione delle migliori canzoni dei vostri primi due album. Avete registrato nuovamente quei brani, dopo quasi un decennio, con un nuovo stile ed una nuova energia capace di sfornare un altro ottimo lavoro. Com’è nata quest’iniziativa?

Abbiamo deciso di registrare Obliteration By Time poiché ci siamo accorti che per i fans diventava molto difficile riuscire a trovare i nostri primi due album. La nostra vecchia casa discografica è oggi praticamente scomparsa ed abbiamo avuto problemi a far ripubblicare quei lavori. Abbiamo rifatto molte di quelle canzoni per poterle venderle alle persone che le volevano comprare e credo che il risultato sia grande. Abbiamo passato uno splendido periodo registrandole ed è stato anche un ottimo modo per tornare ad essere proprietari di quelle canzoni.

The Fitzgerald, il nuovo album dei Richmond Fontaine, è un ulteriore capolavoro nella vostra discografia. Tu suoni in solitaria molte delle canzoni e tutto ha un carattere decisamente più acustico. L’intero lavoro, ancora una volta, mi ha toccato nel profondo. Puoi parlarci di questo disco? È vero che hai scritto molte di quelle canzoni in un hotel a Reno?

Ho composto molte di quelle canzoni al Fitzgerald Hotel di Reno. È un posto che ho sempre considerato fortunato. Quando non siamo troppo impegnati con un tour cerco di tornarci ogni volta ed il più spesso possibile. Dopo l’uscita di Post To Wire ero piuttosto stanco. Avevo lavorato duro a quel progetto. Un disco molto importante per noi dato che suonavamo assieme da molto tempo e sentivamo il bisogno di fare un buon album. Mi sono messo molta pressione sulle spalle da solo. Una volta finito mi sono sentito a dir poco sollevato ed ho iniziato, già all’inizio del nuovo tour, a scrivere The Fitzgerald. Quando siamo tornati in studio non c’era più pressione poiché tutta l’attenzione era ancora rivolta a Post To Wire. Sono stato molto fortunato. Fare un disco del genere con un produttore come JD Foster ed essere abbastanza fortunato da poterlo pubblicare.

Tu sei cresciuto a Reno, una città famosa per i suoi casinò. Ho notato che usi molto spesso le case da gioco per ambientare le tue storie. Cosa c’è in quei luoghi che attira così tanto la tua immaginazione?

Sono cresciuto a Remo ma il mio interesse per la città ed i suoi casinò è affiorato solamente attorno ai vent’anni. Ero un gran bevitore a quei tempi e mi piaceva giocare. Una città del genere può veramente divorare un ragazzo se lo si lascia fare. Molta gente si perde completamente per questo motivo. La città comunque vive grazie al gioco ed ai casinò. Non sto dicendo che tutti coloro che giocano hanno dei problemi, ma ho sempre provato molto interesse per quella parte di popolazione che invece deve convivere con questo genere di problemi. Probabilmente perché ci sono passato anche io.

Sento che quella città è in molti modi preda della debolezza ed ho sempre ammirato le persone che tentano di combatterla e che tentano di uscirne. Reno sembra polarizzare questa sensazione ad un livello veramente personale. Nel contempo mi piace veramente quella città. Mi piacciono i casinò, i bar ed i vecchi motel che ingombrano il centro. Mi piace la gente che si può incontrare, le persone che ci passano, ed è un ottimo luogo per infilarsi e rintanarsi in un bar

Bene; eccoci alla mia domanda tipica. La musica di oggi fa schifo veramente?

Non credo che la musica abbia mai fatto schifo. Ci sono grandi band in ogni città; ci sono sempre state. La musica commerciale è una storia differente ma non è necessario farci caso. Sono sempre eccitato dalle band che ci sono là fuori e molte di loro sono veramente molto buone. È solo questione di trovarle e, diavolo, è sempre una scossa lungo la spina dorsale.

Quale sarà il prossimo passo nella tua carriera?

Diavolo, vorrei solo continuare a suonare con i ragazzi della band e scrivere storie. Spero solo di riuscire a suonare più spesso di quanto non dipinga abitazioni. Questo è il mio lavoro a casa.

Quale sarà il prossimo passo nella tua carriera?

Diavolo, vorrei solo continuare a suonare con i ragazzi della band e scrivere storie. Spero solo di riuscire a suonare più spesso di quanto non dipinga abitazioni. Questo è il mio lavoro a casa.

di: John Robbiani

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