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E’ sempre un piacere ritrovarsi tra le mani un disco frutto del lavoro di una realtà nostrana, o quasi, dato che i Fuckvegas in questione provengono dal Varesotto, ma poco importa, quando lingua e cultura ci accomunano ha poco senso parlare di una frontiera.
Soprattutto quando la musica proposta possiede un respiro che valica con decisione i confini non solo italiani, ma anche europei, per portarsi al di là dell’Atalantico, a metà strada tra la piovosa Seattle e l’arido deserto californiano, nei pressi di Joshua Tree. L’avrete capito: il sound (sporco quanto basta) del quartetto, formato da Andrea, chitarra e voce, Francesca, basso, Poldo al synth e Davide, batteria, si delinea come ideale crocevia tra l’asprezza di bands quali Nirvana e Green River, soprattutto per quanto riguarda il timbro vocale, assai vicino al Cobain piu’ primordiale, e la psichedelia desertica dei Queens of the Stone Age e delle celebri Desert Sessions di Josh Homme. Si ascolti il pezzo d’apertura Fu o Drop The Line per rendersi conto di quanto i tre siano debitori di due modi d’intendere la musica molto vicini alla rivoluzione chiamata grunge e a quella, meno celebrata ma non per questo meno interessante, che prese il nome di stoner, ma che, in realtà, ricalcava i primi Black Sabbath e gli incredibili Blue Cheer con l’aggiunta del punk di fine settanta.
Non mancano le sfuriate proto noise, come in The Real Show, dove la voce si contorce in spettrali urla e la chitarra sembra avvolgersi su sé stessa, fino a un convulso finale in perfetto stile desertico, mi si conceda il termine.
La lezione dei soliti Queens si palesa anche nella successiva 3 Years Old, soprattutto per quanto rigurada il sound della chitarra e l’affiatamento tra basso e batteria. Attenzione, ciò non vuol signifcare che i Fuckvegas siano un mero clone dei modelli citati, l’ennesima derivazione della derivazione; sono da sempre dell’opinione che creare qualcosa di nuovo, nell’odierno mondo del rock, sia impresa ardua. Il trio lombardo fa musica col cuore, con passione, ed il risultato, a mio avviso, è senz’altro valido, trascinante e coinvolgente al punto giusto; la speranza è che non si fermino qui ma che continuino ad esplorare l’universo musicale nel quale stanno muovendo i primi passi. Le premesse sono indubbiamente buone.
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